Più che recensioni percorsi e proposte di lettura di pagine che hanno lasciato un segno da qualche parte.
IL GIOCO DELLE TRE CARTE
Marco Malvaldi, Il gioco delle tre carte, Sellerio
Editore, Palermo 2008.
"Un
libro lo si ama quando sembra fatto apposta per noi"
La citazione, che traduce con estrema semplicità il concetto di empatia letteraria,
è di uno dei miei prof. di italiano del liceo, ce lo disse prima di rifilarci una
manciata di grandi classici da leggere a casa. Devo ammettere che era un tipo
decisamente soporifero, e il soprannome Valium se lo meritò tutto, però ne sapeva
una più del diavolo, tant’è che questa frase è una delle più vere che ricordi.

Su consiglio
di un esperto, che apparentemente mi conosce piuttosto bene, ho attaccato la
saga del BarLume.
Meraviglia!
Il Malvaldi mi ha riconciliato col genere deturpato dalla pletora di scrittori
da banco che sfornano libri come pizze, spalleggiati da una fitta schiera di
schiavi, che oggi almeno sono pagati e si chiamano ghostwriters.
Di Faletti, Deaver, Follet, Cromwell fortunatamente
neanche l'ombra, molto più Pennac, un po' di Sciascia, Gadda, Camilleri,
insomma, storie semplici, veraci, con le radici nel territorio e nella sua cultura, che
scatenano il sorriso e coinvolgono fin dalla prima frase, pagine scritte
con arte, competenza, naturalezza. Una penna variopinta che parla al cuore ed alla memoria
in un'altalena linguistica che oscilla tra il triviale e il sublime: un momento sei davanti ad un rosario di imprecazioni nel migliore
stile toscano, l'altro ti gusti il termine inusitato di antica tradizione letteraria. Tre aggettivi? Animato, a tratti davvero profondo e sempre molto schietto.
La saga del
barista Massimo, ex dottorando in matematica, proprietario del BarLume grazie
ad una lauta vincita al Totocalcio, è arrivata a quota 4: La briscola a cinque del 2007, Il
gioco delle tre carte, 2008, Il re
dei giochi, 2010 e la La carta
più alta, 2012.
Quest'anno accademico-lavorativo si chiude per la sottoscritta con un convegno
di studi a Berlino, uno di quelli organizzati in pompa magna ogni 5 anni,
con il gerontocomio al completo. Il reparto di geriatria atterra bello arzillo, rinfrancato dal soggiorno in villa al mare o in montagna, pronto a riproporre la solita
pappa di semolino sfatta e pluririscaldata in una scintillante veste Power-Point per lo più cucita su misura da giovani valletti di belle speranze. Arrivano in massa lamentandosi di quanto sia estenuante il mestiere di chi per servire la scienza non conosce vacanze, ed in effetti c'è da capirli, poverini, è una fatica erculea, di quelle che ti fanno venire ernie multiple ed invidiare persino gli operai dell'Ilva! Si presentano, si salutano, si fanno i salamelecchi mentre, con la coda dell'occhio, si scrutano con odio, e per cinque giorni, pescando nei fondi per la ricerca, fanno finta di lavorare, sbadigliando
come trichechi in sala e rimpinzandosi come suini nella pausa-caffè.
Ecco perché,
per invitare quanti si imbatteranno in questa pagina alla lettura del Malvaldi,
ho deciso di far parlare gli stralci migliori de Il gioco delle tre carte, una storia che come sfondo ha un grande
convegno estivo di chimica in una località marittima della provincia di Pisa
dove ovviamente ci scappa il morto, e non di vecchiaia …
Heliodora
Tre studenti italiani all'aeroporto
alla vigilia del convegno:
A
parlare così era il più anziano - per quanto questo termine potesse sembrare
fuori luogo per descrivere dei trentenni - dei tre ragazzi, un tipo alto alto e con
delle spalle larghe, con un viso dai lineamenti marcati e vari orecchini al
lobo destro. La borsa cui si riferiva era nient'altro che la borsa di studio di euri
1.238, 56 mensili, della durata di anni uno, che gli era stata generosamente
concessa l'anno precedente dal Dipartimento di Chimica Industriale di Pisa dopo
aver conseguito il dottorato in attesa che - come gli aveva detto il suo
professore - "maturino tempi migliori per vedere di ritagliarti qualcosina
di un po' più stabile" o alternativamente - come diceva lui - "che
qualcuno di questi vecchiardi che fanno tanto finta di preoccuparsi di noi si accorga
di avere centotrent'anni, si ritiri in campagna a coltivare le rape e liberi un
posto, maremma maiala ...
I vecchietti del BarLume sono alle prese con una bella ragazza alla quale hanno
ceduto il tavolo:
I
vecchietti che prima puntavano Massimo latrando all'unisono come un branco di
lupi presbiti, adesso guardano ognuno in una direzione diversa e ricordano vagamente un
gruppo di sconosciuti in attesa del 31 barrato ...
Il coffee-break:
Solitamente,
in questi frangenti la gran parte dei sapienti perde ogni parvenza di ritegno:
si avventano sui vassoi, riempiono i piatti di carta con malsicure
piramidi di grissini e tartine e, ingurgitando quanto conquistato ascoltano
qualche collega che gli è capitato accanto parlando a bocca piena,
mentre masticano con entusiasmo" [...] Mica esagero. Guarda quanta roba.
Se davvero 'sti vecchi finiscono tutto qualcuno ci lascia le rughe ...
Piove ma Massimo non ha voglia di prendere l'auto:
La
scarsa voglia di Massimo di prendere l'automobile era data principalmente dal
nuovo taglio urbanistico con cui l'assesorato al traffico del Comune di Pineta
aveva ritenuto, non è chiaro in che modo, di migliorare il traffico del paese
o, per dirla nei termini dell'assessore stesso, dell'agglomerato urbano. Indifferenti
alla presenza di un cervello all'interno della propria scatola cranica, i
responsabili dell'assessorato avevano progettato e realizzato una
serie di
modifiche deliranti, senza alcun riguardo per il fatto che una rete stradale
dovrebbe servire per farci viaggiare dei veicoli, e non le fantasie malate di
sedicenti Le Corbusier con il senso pratico di una gallina faraona ...
Massimo prepara per l'aperitivo:
Erano
passati pochi minuti. Dentro il bar Massimo stava disponendo tutto per
l'aperitivo serale; era la fine di maggio, e come tutti gli anni l'arrivo della bella
stagione faceva uscire fuori dal letargo numerosi branchi di fannulloni a
spalle tonde, di età variabile tra gli orgogliosi venti e i male accettati
quaranta, che avevano l'abitudine del bicchierino accompagnato da stuzzichino
omaggio per iniziare quelle belle serate estive aperitivo-cenetta-discoteca
che scandivano la loro inutile esistenza ...
Massimo va al mare e si porta dietro un libro di racconti, pur sapendo che
i racconti non gli piacciono particolarmente:
Certo
viene naturale chiedersi per quale motivo avesse comprato un libro di racconti
sapendo che probabilmente non gli sarebbe piaciuto. Purtroppo il motivo
preciso non c'è modo di saperlo. Ognuno di noi ha un modo contorto di usare la
libreria delle proprie conoscenze.
È un dato
di fatto che gli uomini curiosi, spesso, sentono il bisogo di sfilarsi di dosso
la propria esperienza, avvertendola più come una rigidda armatura di
abitudini che limita i movimenti che come una amichevole corazza protettiva,
necessario usbergo contro le forze dell'Ignoto.
Siamo
pienamente consapevoli, quando sfidiamo le nostre consuetudini, che le
probabilità di vittoria sono esigue; e proprio l'eccezionalità di tale successo gonfia il vittorioso petto di soddisfazione e lo ammanta di
un'aura di eroismo, le rare volte che riusciamo a buggerare la routine ...
Gino Strada, Pappagalli Verdi, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2009

Pappagalli verdi di Gino Strada è uscito nel gennaio del 1999. Né l’opera, né l’autore necessitano di presentazioni, che sono comunque facilmente reperibili in rete.
L’invito alla lettura nasce da due ragioni, una pratica e l’altra di reale “commozione letteraria”.
L’acquisto del volume, pubblicato in una collana economica, implica una donazione ad Emergency a cui sono devoluti i diritti d’autore.
La testimonianza diretta del chirurgo di guerra, cofondatore di Emergency, merita certo d’essere percorsa interamente per il suo innegabile valore sul piano umano, ma questa è una constatazione ovvia, un pensiero che attraversa la mente di chiunque veda il libro su uno scaffale. Tuttavia, Pappagalli verdi è molto più di una cronaca di fatti e di episodi nella carriera di un uomo votato al servizio degli esseri umani, è il racconto di una vocazione, il percorso impervio di una coscienza che si interroga e si mette in discussione nonostante tutto e dappertutto. Medico, ma soprattutto persona capace di ripiegarsi su stesso e di riproporre questi viaggi interiori incrociando le suggestioni che gli vengono da dentro e da fuori, Gino Strada è anche autore che sa parlare ai lettori con una naturalezza senza filtri inutili che va dritta, dritta al cuore.
Uno stralcio con qualche ponte virtuale permetterà forse di apprezzarne ancor meglio quest’arte unica di tessere suoni, immagini, pensieri, realtà:
Riavvolgo il nastro per la terza volta e la musica riprende. Non mi stancherei mai di stare sdraiato sul letto ad ascoltare Animals dei Pink Floyd.
È per me uno degli album più coinvolgenti e sconvolgenti, quella musica piena di dissonanze, di ritmo che cambia ogni momento, di provocazioni. Ogni volta che mi adatto a quella musica, che incomincio a capirla e a goderla, il ritmo cambia all’improvviso, e ricomincia diverso.
Mi sento indagare dentro da quei suoni spietati, come se strappassero la tendina dell’inconscio, se rompessero tutte le barriere e protezioni, per metterti davanti a quello che sei, anzi per mettermi davanti a quello che sono. Così i Pink Floyd mi forzano a pensare, a percorrere sensazioni sempre ricacciate indietro perché mi hanno sempre fatto paura.
Cosa direbbe di me mio padre, se mi vedesse qui sul confine del Pakistan? Come mai mi è venuto in mente mio padre? È morto più di vent'anni fa, quando ero ancora un ragazzo. Sarà perché oggi sono stato al bazar e ho visto tante biciclette …
Mio padre era sempre in bicicletta. Tornava dal lavoro con la sua tuta blu sporca di grasso, e pedalava veloce. Io lo seguivo di corsa finché la bici finiva in una rastrelliera giù nel cortile e io potevo stringermi ai suoi calzoni.
Non so perché la tuta da lavoro, nel dialetto di Milano, si chiamasse "il toni", mi piaceva l'odore del grasso e dell’olio dei motori.
Mi portava spesso con sé, e io facevo gracchiare il campanello, seduto un po’ scomodo sul tubo nero di quella bici pesante, mentre andavamo per i sentieri della periferia di Sesto San Giovanni.
Mi portava spesso con sé, e io facevo gracchiare il campanello, seduto un po’ scomodo sul tubo nero di quella bici pesante, mentre andavamo per i sentieri della periferia di Sesto San Giovanni.
I sentieri della memoria, dei giorni che ho percorso con quell'uomo straordinario, operaio che sapeva far tutto con le sue grandi mani, che ha fabbricato tutti i miei giocattoli di legno, compreso il fortino dei soldati con la cassetta del comando e la stalla.
Autodidatta colto e raffinato, che amava l'opera e mi teneva in braccio cantando con voce da baritono e faccia scura "Quell'uom dal fiero aspetto...". E io che scoppiavo a piangere. Come mi commuovono ora quelle chitarre acustiche dal timbro altissimo, quella batteria che sembra scandire l'arrivo del giudizio universale …
Anni dopo mio padre avrebbe usato la stessa bici per venire a vedermi giocare al pallone. Poi, quando si è ammalato, l'ho usata io la sua bicicletta, per i primi appuntamenti con quella che sarebbe diventata la mia compagna nella vita.
L'ho usata finché mio padre è morto, poi non l'ho più toccata. L'ho lasciata lì a morire anche lei, di ruggine, in quella rastrelliera in cortile.
E non sono scoppiato a piangere quella volta, perché sapevo che sarebbe stato un pianto senza fine e non potevo, non volevo permettermelo.
Cosa direbbe di me mio padre, a vedermi così lontano da casa? Anche lui se ne è andato presto, dannatamente troppo presto per me. Ma lui non l'ha mai voluto, semplicemente non ha avuto scelta.
Io invece potrei fare a meno, potrei essere a casa con Teresa, e con Cecilia, a portare la mia bambina in bicicletta. Perché, invece, mi trovo lì, in quella stanza fredda tra le montagne del Baluchistan?
Cosa direbbe di me mio padre, a vedermi così lontano da casa? Anche lui se ne è andato presto, dannatamente troppo presto per me. Ma lui non l'ha mai voluto, semplicemente non ha avuto scelta.
Io invece potrei fare a meno, potrei essere a casa con Teresa, e con Cecilia, a portare la mia bambina in bicicletta. Perché, invece, mi trovo lì, in quella stanza fredda tra le montagne del Baluchistan?
Il lavoro. Quello strano impulso di affermarsi che, come dice Teresa, "è così essenziale per voi uomini". Il lavoro prima di tutto, prima degli affetti, della famiglia, il lavoro come mezzo di autorealizzazione.
Ma no, non è così. È che qui sto facendo qualcosa di utile, che mette d'accordo la mia professione con la mia opinione sulla vita e le sue vicende. Voglio credere che sia così.
In fondo sono le stesse idee, quelle che mi facevano sfilare in cento cortei nel Sessantotto e che ora mi hanno portato nel Baluchistan. Idee di solidarietà, consapevolezza di essere in qualche modo in debito, ciascuno di noi, verso i più sventurati della terra.
E qui ce ne sono tanti, che si ritrovano mutilati, o con una scheggia di bomba nella pancia, senza colpa.
Ma no, non è così. È che qui sto facendo qualcosa di utile, che mette d'accordo la mia professione con la mia opinione sulla vita e le sue vicende. Voglio credere che sia così.
In fondo sono le stesse idee, quelle che mi facevano sfilare in cento cortei nel Sessantotto e che ora mi hanno portato nel Baluchistan. Idee di solidarietà, consapevolezza di essere in qualche modo in debito, ciascuno di noi, verso i più sventurati della terra.
E qui ce ne sono tanti, che si ritrovano mutilati, o con una scheggia di bomba nella pancia, senza colpa.
Molti di loro non sopravvivono, non riescono a sopportare il lungo viaggio sulle montagne, a dorso di mulo, qualche volta stesi su un carretto. Arrivano sporchi e sfiniti al nostro ospedale, con il turbante e la barba pieni di terra, i vestiti stracciati e incrostati di sangue... E' giusto che ci sia qualcuno ad aspettarli, è umano.
No, no. Ancora una volta una spiegazione di copertura, bella e comoda, di quelle che gratificano e fanno tornare i conti, che piacciono perché fanno il lifting, perché mettono in pace quello che hai dentro e lo giustificano con quello che appare al di fuori.
Sono qui, piuttosto, perché non ho mai retto la routine, per soddisfare la mia voglia di viaggiare, curiosare e non solo. Perché è una sfida che rompe la monotonia, tanto più affascinante quanto più difficile.
Riuscire a farcela, riuscire a vincere, come fosse un gioco. E forse è un gioco, un gioco di fantasia, di avventura …
Come quando andavamo in bici, io e mio padre, nei prati vicino a casa: allora bastava un boschetto o un ruscello pieno di rane per farmi sognare, ora mi serve di più.
Maledetti Pink Floyd, che dividono la mente e ti fanno discutere con te stesso, sdoppiato. Quello che sei e quello che vuoi essere, quello che dici e quello che pensi. E in fondo so benissimo chi ha ragione, tra i due contendenti, e chi sta recitando la commedia, ed ecco che arrivano angosce e rimorsi, come la carica dei 101. Bussano alla porta …
No, niente dalmata, è Glen, la capo-infermiera neozelandese, che mi piomba in camera come un ciclone. "Ehi, ti ho chiamato dieci volte e non hai mai risposto! A che stai pensando?"
"A una bicicletta."
"Non stai bene, are you sick?"
"I'm ok, I'm fine"
"Dobbiamo andare in ospedale"
È arrivato un altro di quei disgraziati, dei quali, comunque, sono qui a occuparmi, a interrompere impossibili dialoghi con mio padre e difficili confessioni a mia figlia.
Meno male, non sempre si riesce a guardarsi dentro fino in fondo, e quando lo si fa è difficile e scomodo scrivere quel che si è visto."
Heliodora
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